Nacque a Myrina nel 536 circa, in una città etolica dell’Asia minore occidentale, studiò legge ad Alessandria d’Egitto, per poi tornare a Costantinopoli nel 554 per terminare la sua istruzione e praticare come avvocato (scholasticus) nei tribunali.
Malgrado ciò la letteratura era la sua ambizione.
Scrisse un gran numero di brevi poemi d’amore in metro epico, intitolati Daphniaca e alcune note a margine del Periegetes di Pausania.
Note a margine di “Un libro per Pensiero Dominante”
di Cinzia Baldazzi
Adì 14 giugno 1837 morì nella città di Napoli
questo mio diletto fratello divenuto uno dei primi
letterati d’Europa: fu tumulato nella chiesa di
San Vitale sulla via di Pozzuoli.
Addio caro Giacomo: quando ci rivedremo
in Paradiso?
Paolina Leopardi

Sulla riva
quel poco che so
di te
ancora mi giostra attorno
Per qualche trama
filo o velame
ci somigliavamo
per qualche corda
al collo
o polvere di zafferano
forse.
Il fondo dell’occhio
ci riflette un dolce
buio di vetro
Mi accordo, scordo, ricordo
nuovamente vibro
in punta di spina.
“Smielo/gli occhi in differita/e sbianco/costretta a passare oltre/il belato ricordo del mare”. Ebbene, Cristina, non vorrei sentirmi costretta – in senso traslato, varcando così immediatamente la soglia della tua poetica – a passare oltre questi ingannosi pensieri, formulati ed espressi all’interno di una fitta rete di assonanze e neologismi (ossimori o correlativi oggettivi che dir si voglia), scelta caratteristica di molti autori del Novecento. In altre parole, non intendo perdere l’occasione preziosa e, almeno per me alquanto rara, di commentare un’opera come “Notturno”, in grado di mettere in campo il concetto concreto della bellezza in poesia, cioè di cosa vuol dire – e cosa accade – quando, leggendo versi, si entra al loro interno con la splendida sensazione, liberatoria, di cogliere una risposta simbolica, quale che sia, alla nostra esistenza, ai suoi vuoti di significato, a quella tormentosa e ostinata sostituzione di valori, per noi tutti fonte inesauribile di incomprensioni, condanna e solitudine.
“A mordermi/siedo/nell’ombra aderente/completamente a digiuno/morso, siedi”. Che sollievo, con parole scabre, quotidiane, attraverso il piano logico, giungere in breve alla loro proposta evocativa, alla rivelazione esclusiva del testo. Certo, non so come lo avverto, ma nell’aria qualcosa incombe, forse corre troppo veloce. Allora mi fermo, “siedo” e cerco riparo “all’ombra aderente” dell’anima: una sorta di ossimoro (secondo la scuola di Montale) dove, non credendo più nell’inconfutabilità del reale, nemmeno in quello espresso dai fenomeni naturali, decido di dare voce alle mie sensazioni alternative. In che modo? Appellandomi alla contiguità di termini contrastanti, addirittura improponibili di senso, se collocati uno vicino all’altro come ombra – immagine immateriale per definizione – e aderente, participio di un verbo espressivo, invece, di spiccata tensione materiale al contatto. Leggi il seguito di questo post »
A mordermi
siedo
nell’ombra aderente
completamente a digiuno
morso, siedi.
Smielo
gli occhi in differita
e sbianco
costretta a passare oltre
il belato ricordo del mare
L’amaro
mi riempie i favi di fiele
m’increspa
come in mare
i velami
Ingannoso è pensarti
sapendoti a galla
vivo
in qualche delta di luci.
Dopo che fu’ immediatamente calato
lo tenni tra le braccia, morto
ancora un poco.

