Chi vorrei all’infuori di me
qui, adesso
in sogno profondissimo?
Ma il vuoto del tuo sorriso
si allontana come una zattera
fragile sull’acqua.
Di parole è pieno questo immenso,
di onde -ricordo, odio. Dimmi…
la tua fronte spaziosa ancora si colora?
E gli occhi sono come fuochi tra i monti,
che si levano nelle notti in folte lingue,
che bruciano e mordono, schiudono e
spengono
chiodi di te, che sei andato.
Tengo dentro
il suono cheto di una lacrima
e mi abbandono, banalità nella banalità
nella corrente la mancanza è una brutta conchiglia
scura, ma viva nella mente.
Il mio primo libro “collettivo” col gruppo A.Achmàtova
“Si nasce in una lingua (una sola?)e questa subito s’incarna in diverse voci, si fa miele, grimaldello, trappola, rilevazione.” Marina Giovannelli

Argomento: narrativa
Lingua di pubblicazione: in italiano
Edizioni: 2009
Formato libro: 14×21 – 80 pp.
Prezzo libro: 10.00 €
ISBN 978-88-89808-72-
Ho provato terrore
accettando tutte le sue abitudini
Avrebbe potuto o voluto uccidermi
-che questo era il mio destino-
ma c’erano troppi dolci richiami
tra i miei versi, troppi si irrispettosi
in quei dolori
a cui dare assistenza.
Gli amici andavano e venivano…
ci portavano gocce di pioggia
come lune
per la luce di un attimo
ho amato in silenzio quei mattini
di rabbiosa bambina, che rabbiosa
sorrideva
per una lingua di saluto
per un respiro di quel suo fiato,
della carezza incerta dell’odio
sottovuoto e svuotato, su di mè
che mi prendeva e riperdeva, ritrovava
in alternativa, senza precedenti o preconcetti
lentamente, ma intatta
sempre.
Che cuore pulsa nella tua mano?
Tremulo è quel ciglio di bambola
nell’arabesco delle tue ginocchia
Non è il mio;
mio è quel pensare che urla
che ripiange l’ombra
l’orologio d’opale.
Mi dicevi sempre
che l’indole romantica è la gioia delle rose
non della ragione.
Nei lembi di lino geloso
il dolore riprende il suo fiato
rinasce nella la sua giusta perfezione.
Sta notte il giocattolaio morde,
è molto furbo, ineducato
è attento è attento è troppo attento.
Ricordo…mi baciava sempre
senza troppo mordere.
Scosso, riavvolse il suo se’ nel grembo
in quanto al vuoto che vi trovai,
lo riconobbi
riconoscendomi in quella forma
Ogni fessura si spalancò
mostrando tutti i suoi semi di sangue
e i denti d’avorio tra le carni scintillarono come lune.
Una cordicella stretta alla gola
e io imparai e imparai e imparai
che nel vicolo stretto
c’erano solo musiche di morte
mentre la vecchiaia abbaiava, mi rincorreva
come un cane in cerca di padrone.
Mi alzavo dal letto
per contemplarlo nel sonno
strappando le vesti
a tutte le sue amiche furenti.
Contro quelle mura
appiccai mille fuochi
ma quei sogni erano cani
bestie
animali enormi
acquattati nella neve
contavano stagioni,
rinvigorendo terrori,
costringendo il silenzio.
Lenta volava la notte;
il cielo mordeva il biancore, il fiore
sfioriva sul bordo del suo ciuffo;
ma sorridevo, e ridevo
con una lingua di sottaceto tra i denti
asfissiando l’amore con dolore
ferita da due piccole
lame incoscenti
Ci vorrebbe compassione per quelle miserie
maestre nelle sottrazioni
ambigue e incarnate in volti
una volta quieti.
Ci vorrebbe pietà
per la quella storpia scia di verità
mossa da una lurida lingua e
dalle sue immagini volgari.
Osservo la tela del triangolo
osservo le tre facce prima dell’ultima parola
e benedetto sia il mio cervello
che mi da volontà,
e benedetta sia la mia bocca
che genera ancora verità e forza.
Ora il sigillo
è opposto alla vostra carne
e vi mostra le chiavi a cui tutto torna
Sono nuova adesso
capace di qualsiasi invenzione
e non c’e nulla
nulla che non possa essere
io filo, io trama e ordito d’arcobaleno,
io arcolaio nella notte,
pugnale che incide la sua lezione
Il disgusto, il giudizio, la putrefazione
li avete ricamati addosso
posati tra le vostre cosce
nell’urina chiazzata di sangue
dove mie nocche scricchioleranno
come corteccia di salice,
dove le mie unghie feriranno come reliquie
le vostre zampe cespugliose
Ecco il mio avvertimento
ecco la mia parola prima della vostra parola,
e ancor prima di udire un vostro vagito
godrò …della vostra fine
con tutte le mie antenne
Mi sono sempre meravigliata come il genere umano, formato da entità diverse, maschili e femminili, possa racchiudere in se’ mondi tanto diversi e dissimili tra loro. I maschi sono logici, freddi, padroni delle loro azioni, concentrati nello sviluppo del SE attraverso il lavoro o il successo.
Le femmine invece più soggette a sbalzi chimico-umorali-ormonali, spesso insicure,sempre abbisognose di un soggetto-padre-custode-sostegno sul quale aviticciarsi.
Donna edera, donna di carne, sola, castrata-castrante facilmente infelice, rabbiosa e in perenne conflitto emotivo col suo traliccio-uomo-padre-mito.
Ho esagerato? si un pochino ma…mica tanto!
Comunque, questa è la buffa storia di un traliccio-uomo-albero di nome Gius’Adamo e di una Cris’Eva incontrata per caso in un giorno di primavera.
Ma iniziamo per ordine. Gius’Adamo è prima di tutto un ominide. E’ forte, anche se tarchiatello; pelaticcio (una sorta di Yul Brinner italico)e sempre deciso su tutto: insomma, un tipetto tosto e intellettualmente attraente. Coltiva con straordinario successo (non potrebbe essere altrimenti) un fazzoletto di terra residuo dell’ex paradiso terrestre, in condivisione con l’unico amico rimasto, quel copar’ serpente di nota memoria ( quello della mela insomma)
Essendo un tipo tosto, (Cris’Eva lo definirebbe “zuccone”è leggermente cafone, possiede una cattiveria proverbiale, si vanta di sapere sempre tutto ed pure piuttosto maleducato) per sopravvivere alla valanga di emozioni che si porta appresso (e come amava ripetere Dio: mia immagine e somiglianza-a-a-a-a-a) prima ha eliminato ogni traccia di umana pazienza, poi si è buttato cuore (?) ed anima(?) nella coltivazione intensiva di mele perfettamente quadrate (ne controlla gli angoli tutti i giorni: l’imperfezione non è ammessa!) con risultati stupefacenti. Continua a leggere
Mentre passavo come alito di vento,
in bocca avida di nutrimento
scrollavi le foglie come mantelli.
Non sono stata visibile
ne udibile
forse troppo bianca,
o senza colore,
ne odore.
Dopo i tripudi, le infinite dolcezze
le memorabili attese,
in sofferenza sfinita
solitaria e senza nome
non sono che acqua
nell’aria che respiri
Gli porsi le mie sante briglie
di stanca bestia.
Ammaliata pregai e accesi lumi
ma i miei terribili difetti vivevano
nelle sue benedizioni
più felici dei vermi
nel corpo della terra.
La mia volontà non più regina
disperava
nei pomeriggi piovosi
e gli incantamenti disuguali
non sfuggivano mai
alle sue unghie taglienti.
Ciabattando lontano, goffo e deforme
nell’ultima violenza
storpiava sull’asfalto stupide virtù.
La morte lo chiamava molle
con due dita sporche di sudicia terra
mentre io, di lui morivo nel vederlo morire
Io non volevo essere sepolta: pensavo sarei soffocata anche da morta.
Ora sono morta e non sento più nulla.
Avevo letto di una luce calda; lei mi avrebbe accolta, abbracciata, coccolata e riscaldata.
Una luce armoniosa, accogliente, materna.
Invece nulla: non c’è nulla ad accogliermi.
Forse sto sognando o forse mi sono persa. Forse tutto il dolore patito mi ha tramortita, addormentata nel silenzio.
Invece no, la solitudine più pura, più vera è qui e mi rotea accanto come un cane fedele digrignando marce fauci di pena.
Ho paura, tanta paura. Con qualche senso sconosciuto tento un pianto senza lacrime che mi scuote nel terrore. Un’onda di ricordi vivi, veri e presenti mi prende : rivivo l’odio, la scarsa tolleranza verso di me stessa, quel desiderio malato di mettere fine agli “inconsolabili tradimenti” della vita, mi procurano nuove sofferenze indescrivibili.
Vorrei silenziare il ronzio infame delle parole, delle urla, dei pianti di chi mi ha amata, poi odiata e abbandonata. Valanghe di parole tornano a me come chiodi nella carne e, mentre dal di dentro sgorga un urlo senza voce, vomito angoscia e sangue.
Dio, dimmelo Tu cos’era questa mia vita “prima”, se non foglia secca trascinata dal vento.
La morte mi avrebbe salvata da tutto; spenti i riflettori, finalmente un buio di pace senza ieri, oggi ne domani. Nessuna mediazione, nessuna alternativa valida se non quella della pazzia e dell’auto annientamento.
Ricordo, dal ponte sull’autostrada brillavano le prime stelle.
Nel giro di qualche istante ogni respiro, ogni pena sarebbero terminati quaranta metri più in basso.
Affacciata sul bordo pietroso, una piantina verde mi osservava da sotto appena mossa da un vento tiepido.
Si, lei mi avrebbe accolta con amore. Finalmente avrei smesso di essere infelice smettendo di essere.
Ma non è stato così e nulla si è placato; ora sono in questo non-luogo con l’eco del silenzio che mi trapassa: particella di nulla nel nulla.
Anni, mesi, giorni, minuti esistono ancora, o nel vuoto non c’e più tempo ne speranza? Percepisco con quel poco di me che ancora “è ”, il dissolversi della coscienza nel freddo vuoto ombroso mentre una grande pena mi attraversa e taglia come aria di ghiaccio.
Sono prigioniera e sono sola; più sola di quanto avessi mai immaginato; la mia prigione non ha pareti ma è più soffocante e stretta di una tomba sigillata.
Sopra di me due metri di fresca terra viva, viva di vermi, fremiti e radici che si ciberanno di me… prima o poi. Vorrei fuggire, tornare a quella tiepida sera d’autunno con le stelle in cima … decidere ancora; scappare per respirare la quiete di mille cieli azzurri.
Ma sono solo nebbia, mi avvolgo e dissolvo in infiniti rivoli, fili scuri di lugubre pallore.
Nessuno mi ascolta, nessuno mi ricorda; chi avrà pietà di me, suicida per dolore?
Io non volevo essere sepolta: pensavo sarei soffocata anche da morta…
Ho servito il mio padrone
come una condannata a morte:
in 70 pezzetti mi ha tagliata.
L’ho servito quando urlava e piangeva
quando picchiava il mio nome
come paglia,
d’inverno
Ho servito il mio padrone
come una condannata a morte:
in 70 pezzetti mi ha tagliata.
Ho volato dal ponte, in braccio al vento
nessuno mi ha fermata, neppure
l’odore delle mie 70 piccole ferite;
arabesco della carne ,
d’estate
Ho servito il mio padrone
come una condannata a morte:
in 70 pezzetti mi ha tagliata.
Dalle fenditure della pelle
nelle scuarciate ferite ne uscii
riavvolta,
muta, senza parola,
d’autunno
Ho servito il mio padrone
come una condannata a morte:
in 70 pezzetti mi ha tagliata.
Comodamente nascosto
ancora con l’ago mi cuce.
Comodamente col cervello
ubriaco sotto il cielo curvo
mi taglia.
Ho servito il mio padrone
come una condannata a morte:
in 70 pezzetti mi ha tagliata.
Si toglie il sangue dalle dita
si toglie pezzi di me…con una lurida spugna.
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