L’amore ferito da 5 lame sottili ( bozza)
Mi alzavo dal letto
per contemplarlo nel sonno
strappando le vesti
a tutte le sue amiche furenti.
Contro quelle mura
appiccai mille fuochi
ma quei sogni erano cani
bestie
animali enormi
acquattati nella neve
contavano stagioni,
rinvigorendo terrori,
costringendo il silenzio.
Lenta volava la notte;
il cielo mordeva il biancore, il fiore
sfioriva sul bordo del suo ciuffo;
ma sorridevo, e ridevo
con una lingua di sottaceto tra i denti
asfissiando l’amore con dolore
ferita da due piccole
lame incoscenti
L’aria che respiri
Mentre passavo come alito di vento,
in bocca avida di nutrimento
scrollavi le foglie come mantelli.
Non sono stata visibile
ne udibile
forse troppo bianca,
o senza colore,
ne odore.
Dopo i tripudi, le infinite dolcezze
le memorabili attese,
in sofferenza sfinita
solitaria e senza nome
non sono che acqua
nell’aria che respiri
le mie sante briglie
Gli porsi le mie sante briglie
di stanca bestia.
Ammaliata pregai e accesi lumi
ma i miei terribili difetti vivevano
nelle sue benedizioni
più felici dei vermi
nel corpo della terra.
La mia volontà non più regina
disperava
nei pomeriggi piovosi
e gli incantamenti disuguali
non sfuggivano mai
alle sue unghie taglienti.
Ciabattando lontano, goffo e deforme
nell’ultima violenza
storpiava sull’asfalto stupide virtù.
La morte lo chiamava molle
con due dita sporche di sudicia terra
mentre io, di lui morivo nel vederlo morire
senza titolo
Io non volevo essere sepolta: pensavo sarei soffocata anche da morta.
Ora sono morta e non sento più nulla.
Avevo letto di una luce calda; lei mi avrebbe accolta, abbracciata, coccolata e riscaldata.
Una luce armoniosa, accogliente, materna.
Invece nulla: non c’è nulla ad accogliermi.
Forse sto sognando o forse mi sono persa. Forse tutto il dolore patito mi ha tramortita, addormentata nel silenzio.
Invece no, la solitudine più pura, più vera è qui e mi rotea accanto come un cane fedele digrignando marce fauci di pena.
Ho paura, tanta paura. Con qualche senso sconosciuto tento un pianto senza lacrime che mi scuote nel terrore. Un’onda di ricordi vivi, veri e presenti mi prende : rivivo l’odio, la scarsa tolleranza verso di me stessa, quel desiderio malato di mettere fine agli “inconsolabili tradimenti” della vita, mi procurano nuove sofferenze indescrivibili.
Vorrei silenziare il ronzio infame delle parole, delle urla, dei pianti di chi mi ha amata, poi odiata e abbandonata. Valanghe di parole tornano a me come chiodi nella carne e, mentre dal di dentro sgorga un urlo senza voce, vomito angoscia e sangue.
Dio, dimmelo Tu cos’era questa mia vita “prima”, se non foglia secca trascinata dal vento.
La morte mi avrebbe salvata da tutto; spenti i riflettori, finalmente un buio di pace senza ieri, oggi ne domani. Nessuna mediazione, nessuna alternativa valida se non quella della pazzia e dell’auto annientamento.
Ricordo, dal ponte sull’autostrada brillavano le prime stelle.
Nel giro di qualche istante ogni respiro, ogni pena sarebbero terminati quaranta metri più in basso.
Affacciata sul bordo pietroso, una piantina verde mi osservava da sotto appena mossa da un vento tiepido.
Si, lei mi avrebbe accolta con amore. Finalmente avrei smesso di essere infelice smettendo di essere.
Ma non è stato così e nulla si è placato; ora sono in questo non-luogo con l’eco del silenzio che mi trapassa: particella di nulla nel nulla.
Anni, mesi, giorni, minuti esistono ancora, o nel vuoto non c’e più tempo ne speranza? Percepisco con quel poco di me che ancora “è ”, il dissolversi della coscienza nel freddo vuoto ombroso mentre una grande pena mi attraversa e taglia come aria di ghiaccio.
Sono prigioniera e sono sola; più sola di quanto avessi mai immaginato; la mia prigione non ha pareti ma è più soffocante e stretta di una tomba sigillata.
Sopra di me due metri di fresca terra viva, viva di vermi, fremiti e radici che si ciberanno di me… prima o poi. Vorrei fuggire, tornare a quella tiepida sera d’autunno con le stelle in cima … decidere ancora; scappare per respirare la quiete di mille cieli azzurri.
Ma sono solo nebbia, mi avvolgo e dissolvo in infiniti rivoli, fili scuri di lugubre pallore.
Nessuno mi ascolta, nessuno mi ricorda; chi avrà pietà di me, suicida per dolore?
Io non volevo essere sepolta: pensavo sarei soffocata anche da morta…
i narcisi
Ho veduto i narcisi fiammeggiare
e la saliva delle api era assai buona per loro.
Ogni sforzo ondulava in verde-azzurra
obbedienza
nel sopportare quelle materne costrizioni.
L’esiliato bene è un arcobaleno che torna
di tanto in tanto
ma ha vita breve quando abbandona
il suo colorato bagaglio tra le mie
braccia di polvere.
I casuali abbandoni
Dietro i casuali abbandoni
risiedono mille attimi impazienti,
ma la verità era pazienza, vera pazienza
in stretto lutto
Ora la luce è spenta;
il sorvegliante veglia la sua chiesa
carezzando tutte le madonne
dagli occhi di giada
L’invisibile in faccia non guarda
ma condensa nella noia ogni goccia di sangue.
Che non sciupi la luce del suo unico occhio
tra il rosso sfiorito o in questa croce di ferro
I mendicanti come me, non sono che allucinati passeri,
attendono sulle porte delle catterdali
le ultime briciole di ostie;
hanno capito che l’amore e non il dolore,
è un’attualità insostenibile.
Il buon assaggio
Il frutto del buon assaggio
lentamente sfiòra.
Ecco denti del topo
intrappolare buoni destini.
Ecco posare due piccoli cuori
in rosicchiati lettucci
di neve.
Candidi squarci
scoprono i nervi,
ma esultano gli occhi
tra allegri tornanti
di carne.
Ogni casa
ha la sua luna sopra
e un deliro di passetti
dentro la culla.
La misura è breve;
il metro, un antico midollo
dentro il suo ossso.
L’amore è un silenzioso amante,
schiamazza
solo quando ci porta la morte.
la morte del fiore
Tutte le stelle scommisero
che il vuoto vivo
mi avrebbe ingoiata.
Era nella sua usanza,
la morte del fiore;
era nella sua danza
mostrare le misere carni
ingegnose.
Nessuna fede o ricordo
nella sudicia mente;
impiccata
al chiodo la pelle nuda bastonava
il muro.
Contro tutte quelle povere paure
la mia testa sonnecchiava
scivolando verso il fosso.
Il soldatino insonne
spietatamente spartiva
l’infinito e il confine.
Non mi esento’ mai
dal bastone o dalla bastonate.
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dedicata ad un ricordo d’amore
Ricordi tesoro, ricordi
la pioggia che scendeva ?
pareva un velo,
un mantello
Il ghiaccio
lucidava i marciapiedi
come specchi rossi.
Dai miei stivali salivano
gli abbracci
e le cioccolate calde scendevano
a pochi centimetri dal cuore.
La piccola neve volava
e io con lei,
stretta nel blu, la lana delle tue mani
era il calore della notte.
Il gelo era innocente
innocente come le nuvole,
come il piccolo sole tra le due torri,
e noi con loro.
Il sudore dei miei sforzi
sul freddo del distacco
a cos’e servito…
Il nostro mondo è senza frutto.
Dove sei adesso con le tue ali di vetro?
raccolta poetica
raccolta poetica
diario del 1 aprile
Senza righe non scrivo
ma genero silenzio su silenzio.
Senza parole non vivo,
sola…
dai baratri del petto a piombo
osservo
le panoramiche pozzanghere di lacrime
che attendono
quell’improvviso strappo
che ti libererà di me.
diario del 14 marzo
Bello è il sorriso del mio amante
spaventoso e quel suo guardarmi dopo___
dopo ogni altra cosa.
Distoglie lo sguardo
distoglie da mè, da mè
quello sgurado armonioso
che vengo dopo___dopo ogni altra cosa
oltre le nebbie, le notti stanche
oltre la vita comune__
il sole mi cancella
a lento giro.
Si sbuccia una lacrima
tre le lenzuola e un sorriso gli viene
che pare colmo___colmo di piacere
E’ un bluf …un bluf quel danzare ;
è la sua non-presenza l’immagine
che occupa il mio strazio.
Assenza, mia sola amica____
sorella
sei un cormorano dal becco lunare;
ti tuffi ogni notte, vorace
dentro una pozzanghera di stelle
diario del 24 febbraio
Saresti pututo essere
l’unico
nutrimento radice
la sola linfa
dei miei pensieri.
Sarei potuta essere
fronda
fresca sotto il sole
semplice parola e foglia
cinquelobi incisi
vene e linfa verde
cuore della nostra terra.
Saremmo potuti essere
smeraldi e nidi
umidi d’amazzonia
Noi,
che più non siamo.
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