L’aria che respiri
Mentre passavo come alito di vento,
in bocca avida di nutrimento
scrollavi le foglie come mantelli.
Non sono stata visibile
ne udibile
forse troppo bianca,
o senza colore,
ne odore.
Dopo i tripudi, le infinite dolcezze
le memorabili attese,
in sofferenza sfinita
solitaria e senza nome
non sono che acqua
nell’aria che respiri
senza titolo
Io non volevo essere sepolta: pensavo sarei soffocata anche da morta.
Ora sono morta e non sento più nulla.
Avevo letto di una luce calda; lei mi avrebbe accolta, abbracciata, coccolata e riscaldata.
Una luce armoniosa, accogliente, materna.
Invece nulla: non c’è nulla ad accogliermi.
Forse sto sognando o forse mi sono persa. Forse tutto il dolore patito mi ha tramortita, addormentata nel silenzio.
Invece no, la solitudine più pura, più vera è qui e mi rotea accanto come un cane fedele digrignando marce fauci di pena.
Ho paura, tanta paura. Con qualche senso sconosciuto tento un pianto senza lacrime che mi scuote nel terrore. Un’onda di ricordi vivi, veri e presenti mi prende : rivivo l’odio, la scarsa tolleranza verso di me stessa, quel desiderio malato di mettere fine agli “inconsolabili tradimenti” della vita, mi procurano nuove sofferenze indescrivibili.
Vorrei silenziare il ronzio infame delle parole, delle urla, dei pianti di chi mi ha amata, poi odiata e abbandonata. Valanghe di parole tornano a me come chiodi nella carne e, mentre dal di dentro sgorga un urlo senza voce, vomito angoscia e sangue.
Dio, dimmelo Tu cos’era questa mia vita “prima”, se non foglia secca trascinata dal vento.
La morte mi avrebbe salvata da tutto; spenti i riflettori, finalmente un buio di pace senza ieri, oggi ne domani. Nessuna mediazione, nessuna alternativa valida se non quella della pazzia e dell’auto annientamento.
Ricordo, dal ponte sull’autostrada brillavano le prime stelle.
Nel giro di qualche istante ogni respiro, ogni pena sarebbero terminati quaranta metri più in basso.
Affacciata sul bordo pietroso, una piantina verde mi osservava da sotto appena mossa da un vento tiepido.
Si, lei mi avrebbe accolta con amore. Finalmente avrei smesso di essere infelice smettendo di essere.
Ma non è stato così e nulla si è placato; ora sono in questo non-luogo con l’eco del silenzio che mi trapassa: particella di nulla nel nulla.
Anni, mesi, giorni, minuti esistono ancora, o nel vuoto non c’e più tempo ne speranza? Percepisco con quel poco di me che ancora “è ”, il dissolversi della coscienza nel freddo vuoto ombroso mentre una grande pena mi attraversa e taglia come aria di ghiaccio.
Sono prigioniera e sono sola; più sola di quanto avessi mai immaginato; la mia prigione non ha pareti ma è più soffocante e stretta di una tomba sigillata.
Sopra di me due metri di fresca terra viva, viva di vermi, fremiti e radici che si ciberanno di me… prima o poi. Vorrei fuggire, tornare a quella tiepida sera d’autunno con le stelle in cima … decidere ancora; scappare per respirare la quiete di mille cieli azzurri.
Ma sono solo nebbia, mi avvolgo e dissolvo in infiniti rivoli, fili scuri di lugubre pallore.
Nessuno mi ascolta, nessuno mi ricorda; chi avrà pietà di me, suicida per dolore?
Io non volevo essere sepolta: pensavo sarei soffocata anche da morta…
I casuali abbandoni
Dietro i casuali abbandoni
risiedono mille attimi impazienti,
ma la verità era pazienza, vera pazienza
in stretto lutto
Ora la luce è spenta;
il sorvegliante veglia la sua chiesa
carezzando tutte le madonne
dagli occhi di giada
L’invisibile in faccia non guarda
ma condensa nella noia ogni goccia di sangue.
Che non sciupi la luce del suo unico occhio
tra il rosso sfiorito o in questa croce di ferro
I mendicanti come me, non sono che allucinati passeri,
attendono sulle porte delle catterdali
le ultime briciole di ostie;
hanno capito che l’amore e non il dolore,
è un’attualità insostenibile.
L’alchimista
E’ come la vuole, la sua fortuna
tra le unghie crespe come cortecce
e mescolando reliquie tra i cespugli.
Del pensiero non immagina la forma
tutto gli è stato concesso,
l’argilla calda, il nutrimento, la trappola incarnata.
Non c’e nulla che non abbia preso
avvolto, stracciato, buttato.
La sua prossima stella avrà un corpo differente
lontano da questo quarto di luna.
L’anima penzola dalla sua forma,
per cinque volte l’ho benedetto
per cinque volte i piedi e le ginocchia
gli ho cullato succhiando le ferite come vino.
Rulla nelle vene qualche cosa di rosso
e monta la marea come il nevischio di ghiaccio.
Questo canto di silenzio è cenere per il suo occhio
ovatta, ovatta per i mie timpani;
il cono luminoso da’ frutti d’oro
ma è lontano, troppo lontano da questa
cenere di vento.
Il buon assaggio
Il frutto del buon assaggio
lentamente sfiòra.
Ecco denti del topo
intrappolare buoni destini.
Ecco posare due piccoli cuori
in rosicchiati lettucci
di neve.
Candidi squarci
scoprono i nervi,
ma esultano gli occhi
tra allegri tornanti
di carne.
Ogni casa
ha la sua luna sopra
e un deliro di passetti
dentro la culla.
La misura è breve;
il metro, un antico midollo
dentro il suo ossso.
L’amore è un silenzioso amante,
schiamazza
solo quando ci porta la morte.
la morte del fiore
Tutte le stelle scommisero
che il vuoto vivo
mi avrebbe ingoiata.
Era nella sua usanza,
la morte del fiore;
era nella sua danza
mostrare le misere carni
ingegnose.
Nessuna fede o ricordo
nella sudicia mente;
impiccata
al chiodo la pelle nuda bastonava
il muro.
Contro tutte quelle povere paure
la mia testa sonnecchiava
scivolando verso il fosso.
Il soldatino insonne
spietatamente spartiva
l’infinito e il confine.
Non mi esento’ mai
dal bastone o dalla bastonate.
dedicata ad un ricordo d’amore
Ricordi tesoro, ricordi
la pioggia che scendeva ?
pareva un velo,
un mantello
Il ghiaccio
lucidava i marciapiedi
come specchi rossi.
Dai miei stivali salivano
gli abbracci
e le cioccolate calde scendevano
a pochi centimetri dal cuore.
La piccola neve volava
e io con lei,
stretta nel blu, la lana delle tue mani
era il calore della notte.
Il gelo era innocente
innocente come le nuvole,
come il piccolo sole tra le due torri,
e noi con loro.
Il sudore dei miei sforzi
sul freddo del distacco
a cos’e servito…
Il nostro mondo è senza frutto.
Dove sei adesso con le tue ali di vetro?
raccolta poetica
raccolta poetica
Chi…
Chi ti ha perso chi
prima di me ti ha perso… chi
.
in una goccia in un granello
dentro una lacrima
perduto… chi
.
entra ed esce dal mio occhio
precipitando con una luce
nel pugno…chi
mi spegne singhiozzo o preghiera
silenziosamente.
.
Veglio
il tuo volto notturno
come una macchina obbediente
.
veglio lo scarabocchio del tuo sorriso
inviolato
dal mio pensarti per ore
.
veglio e rido infelice
di freddo e nostalgia.
diario del 1 aprile
Senza righe non scrivo
ma genero silenzio su silenzio.
Senza parole non vivo,
sola…
dai baratri del petto a piombo
osservo
le panoramiche pozzanghere di lacrime
che attendono
quell’improvviso strappo
che ti libererà di me.
diario del 14 marzo
Bello è il sorriso del mio amante
spaventoso e quel suo guardarmi dopo___
dopo ogni altra cosa.
Distoglie lo sguardo
distoglie da mè, da mè
quello sgurado armonioso
che vengo dopo___dopo ogni altra cosa
oltre le nebbie, le notti stanche
oltre la vita comune__
il sole mi cancella
a lento giro.
Si sbuccia una lacrima
tre le lenzuola e un sorriso gli viene
che pare colmo___colmo di piacere
E’ un bluf …un bluf quel danzare ;
è la sua non-presenza l’immagine
che occupa il mio strazio.
Assenza, mia sola amica____
sorella
sei un cormorano dal becco lunare;
ti tuffi ogni notte, vorace
dentro una pozzanghera di stelle
diario del 24 febbraio
Saresti pututo essere
l’unico
nutrimento radice
la sola linfa
dei miei pensieri.
Sarei potuta essere
fronda
fresca sotto il sole
semplice parola e foglia
cinquelobi incisi
vene e linfa verde
cuore della nostra terra.
Saremmo potuti essere
smeraldi e nidi
umidi d’amazzonia
Noi,
che più non siamo.
diario del 8 febbraio
Le tue parole le tue parole…
le tue parole in questa notte
sono piena delle tue parole
d’amore allegro, materiale
d’amore e di cuore
le labbra che pascolano sul tuo nudo
collo scuro e queste mani
come rondini in nidi caldi
d’estate
che si arrossa e sfoglia d’azzurro
terso.
Se tu non avessi gioito
del calore del mio ventre
e delle mie parole
minute
piccole piccole ombre
come sarebbero sopravvissuti
i nostri sogni
e tutta questa felicità
che condividiamo da sempre
col vento.
l’ostrica
Digrada il chiarore
cono
di luce sull’ostrica che rosa
accesa
sbianca
e succhia, con le dita
la goccia salata dell’alga
grinza
che si tende e si leviga
al ritmo, all’onda
di marea.
Dentro due mondi, due mondi
dentro, disciolti
verso l’azzurro seme del mare.
diario del 24 gennaio
Certi uomini vivono tristi
imitazioni
-verità le chiamano…
fedeli e sempre uguali
non gli basta una pelle
risorta
sorridente di gloriosa accoglienza.
Dal canto mio
-stupida donna, stupida
non posseggo altra fragranza
diversa da me stessa e
i miei profumi sono ponti
troppo fragili per raggiungerli
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