L’alchimista
E’ come la vuole, la sua fortuna
tra le unghie crespe come cortecce
e mescolando reliquie tra i cespugli.
Del pensiero non immagina la forma
tutto gli è stato concesso,
l’argilla calda, il nutrimento, la trappola incarnata.
Non c’e nulla che non abbia preso
avvolto, stracciato, buttato.
La sua prossima stella avrà un corpo differente
lontano da questo quarto di luna.
L’anima penzola dalla sua forma,
per cinque volte l’ho benedetto
per cinque volte i piedi e le ginocchia
gli ho cullato succhiando le ferite come vino.
Rulla nelle vene qualche cosa di rosso
e monta la marea come il nevischio di ghiaccio.
Questo canto di silenzio è cenere per il suo occhio
ovatta, ovatta per i mie timpani;
il cono luminoso da’ frutti d’oro
ma è lontano, troppo lontano da questa
cenere di vento.
la morte del fiore
Tutte le stelle scommisero
che il vuoto vivo
mi avrebbe ingoiata.
Era nella sua usanza,
la morte del fiore;
era nella sua danza
mostrare le misere carni
ingegnose.
Nessuna fede o ricordo
nella sudicia mente;
impiccata
al chiodo la pelle nuda bastonava
il muro.
Contro tutte quelle povere paure
la mia testa sonnecchiava
scivolando verso il fosso.
Il soldatino insonne
spietatamente spartiva
l’infinito e il confine.
Non mi esento’ mai
dal bastone o dalla bastonate.
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Chi…
Chi ti ha perso chi
prima di me ti ha perso… chi
.
in una goccia in un granello
dentro una lacrima
perduto… chi
.
entra ed esce dal mio occhio
precipitando con una luce
nel pugno…chi
mi spegne singhiozzo o preghiera
silenziosamente.
.
Veglio
il tuo volto notturno
come una macchina obbediente
.
veglio lo scarabocchio del tuo sorriso
inviolato
dal mio pensarti per ore
.
veglio e rido infelice
di freddo e nostalgia.
diario del 14 marzo
Bello è il sorriso del mio amante
spaventoso e quel suo guardarmi dopo___
dopo ogni altra cosa.
Distoglie lo sguardo
distoglie da mè, da mè
quello sgurado armonioso
che vengo dopo___dopo ogni altra cosa
oltre le nebbie, le notti stanche
oltre la vita comune__
il sole mi cancella
a lento giro.
Si sbuccia una lacrima
tre le lenzuola e un sorriso gli viene
che pare colmo___colmo di piacere
E’ un bluf …un bluf quel danzare ;
è la sua non-presenza l’immagine
che occupa il mio strazio.
Assenza, mia sola amica____
sorella
sei un cormorano dal becco lunare;
ti tuffi ogni notte, vorace
dentro una pozzanghera di stelle
Quarto canto di dicembre
Avere forma esatta, precisa
occorreva.
Perdere e ricominciare
per una giusta misura,
per una cosa ben fatta
per non avere più paura,
la tua pelle ora è nella mia
dolce come neve.
Nuda nei fianchi e nel cuore
il mio bene è canestro
per ogni tua caduta
Virgola la luna
scimmiottando l’onda,
spruzza di verde marino
tutto il buio che resta.
senza titolo
Costruirò scenari inutili
squadrandoti l’angolo acuto
appena più in la
del tuo occhio sinistro.
Berrò tazze di the bollente
dispiegando le ali infreddolite
sulle ecchimosi delle tue ragioni
Mi sfiancherò fianchi, ossa
sulle favole urticanti, e
sulla tua maschera decorata di stelle
lascerò scivolare due lacrime di sonno
Una luna materna allatta gli amanti
coi suoi mille capezzoli.
Sopra questo candore
attendo la “mia” estate
e qui, sul ventre,
tutta la tua comprensione.
-Si è logorata la voce, Quanto tempo sarà passato,
da quando più non mi comandi. qualche mese… un anno?
L’ho inseguita -Lo giuro
l’ho rincorsa dentro un ricamo di rovi… nelle noie improvvise e durature
e poi là, nel bosco, tra i cuori legnosi, nei momenti di disattenzione
di giorno e di notte così facili, urticanti .
erano i numeri o le quantità a grattarla via?
Il soffio mi rende incerta, La sfera vetrosa galleggia
una chiocciola sulle spalle della vita, un’ anima molle senza voce e senza parola
nel bistro siderale
L’ uomo polveroso sostò tra le mie braccia
con una delle sue ultime emozioni in mano.
Io non mi arrabbio mai – sentenziò
io recito, recito solo la mia parte in quelle notti
con la luna a picco sul vostro fiore di carne.
Mi beo, Dio, quanto mi beo
nell’osservare l’ultima di voi innamorarsi
e, poiché innamorata,
accasciarsi poco a poco come un sacchetto vuoto.
Un sacchetto bagnato d’acqua.
Esattamente come te -mi disse
Poi senza desiderio mi attraversò i sensi
e mi deglutì a grandi bocconi.
Con me le ore, la noia, il vuoto, l’ira della mia lingua.
Non fare storie -mi disse
Getta i miei occhi verdi sull’erba, e falla finita!
Non ne feci
disimparando così a fare storie.
Il suo cuore amputato è guarito, rigenerato,
ne avverto il palpito glaciale.
Non ho più nulla da dare, il silenzio
s’è adeguato alla costante, è a sua misura,
ne deglutisco un poco ogni sera, come una spezia,
come un biscotto.
Le notti non somigliano più alle mattine,
e le mattine sono più piatte e più vaste delle notti
il becco ambrato del gallo non l’ho più sentito
solo la falena argentata canta, di tanto in tanto,taciti requiem.
Si riempiono le grondaie degli occhi in quei momenti
transitori, quando la bava di seta sul petto si strappa
con uno strap sonoro. Ho imparato a bocca
chiusa l’arte del silenzio.
Colui che è per metà carne e per metà metallo, continua a giocare.
I tuoi giochi sono un’arroganza che
non ha più nulla a che fare con me.
Ti muoverai, mi muoverò
ma l’ago del tempo ci infilzerà entrambi.
La notte non ha silenziatore, i ronzii
sono sempre uguali e i dolori inesauribili
per varietà e misteri. Stanchezza a folate
si posa su questi paragrafi
sfoltendo virgole e tagliando versi.
Viziata, viziata…sono viziata
non dovrei mangiare o respirare
ma svegliarmi con un’estate già morta in grembo.
Le notti d’estate
L’estate ride
scherza da qualche parte
si mescola con le stelle nelle radure
è quasi una prigione.
La ballerina lattea è ferma,
la luce del giorno l’ha resa giudiziosa
una muta cellula azzurrina
oramai non mi teme e non mi sente.
L’urlo della notte è un carillon che schiamazza
nel buio i ricordi crepitano come fiammelle
si gettano su di me, illuminando queste sbarre
piene.
Aggroviglio fogli bianchi come angeli
un the caldo, una zolletta candida
giro la mano su questa palude.
Giovedì ho chiuso la scatola, ora lumache
viscide e pecore lanose
vi saltano dentro come pop-corn impazzito,
ancora non dormono.
Masticherò la brezza, ma
sarà per poco
ho una pelle da spremere
gialla e succosa come scorza di limone.
I pezzi di carta volano, stracciati gigli
ondeggiano e pulsano
sulla scia della mia stella che si spegne.
Non fosti già dentro di me,
ti ci misi io
apparivi come un occhio nero, splendido
tra la neve.
Poi lanciai un filo, una candida bava
ma quel tuo corpo di marmo
mi rispose con uno sbadiglio sdentato.
Piccolo gnomo
fiutare l’odore col ventre
ti allargava le orbite nelle notti senza sonno.
Apro e chiudo le branchie
sono un pesce senz’acqua, qui
il cuore batte veloce come il becco di un picchio.
L’addio ha un colore indefinito
è cenere in cielo.
dietaweb
poesie in versi