Che cuore pulsa nella tua mano?
Tremulo è quel ciglio di bambola
nell’arabesco delle tue ginocchia
Non è il mio;
mio è quel pensare che urla
che ripiange l’ombra
l’orologio d’opale.
Mi dicevi sempre
che l’indole romantica è la gioia delle rose
non della ragione.
Nei lembi di lino geloso
il dolore riprende il suo fiato
rinasce nella la sua giusta perfezione.
Sta notte il giocattolaio morde,
è molto furbo, ineducato
è attento è attento è troppo attento.
Ricordo…mi baciava sempre
senza troppo mordere.
Forma esatta
Scosso, riavvolse il suo se’ nel grembo
in quanto al vuoto che vi trovai,
lo riconobbi
riconoscendomi in quella forma
Ogni fessura si spalancò
mostrando tutti i suoi semi di sangue
e i denti d’avorio tra le carni scintillarono come lune.
Una cordicella stretta alla gola
e io imparai e imparai e imparai
che nel vicolo stretto
c’erano solo musiche di morte
mentre la vecchiaia abbaiava, mi rincorreva
come un cane in cerca di padrone.
L’amore ferito da 5 lame sottili ( bozza)
Mi alzavo dal letto
per contemplarlo nel sonno
strappando le vesti
a tutte le sue amiche furenti.
Contro quelle mura
appiccai mille fuochi
ma quei sogni erano cani
bestie
animali enormi
acquattati nella neve
contavano stagioni,
rinvigorendo terrori,
costringendo il silenzio.
Lenta volava la notte;
il cielo mordeva il biancore, il fiore
sfioriva sul bordo del suo ciuffo;
ma sorridevo, e ridevo
con una lingua di sottaceto tra i denti
asfissiando l’amore con dolore
ferita da due piccole
lame incoscenti
Ai 3 volti del triangolo
Ci vorrebbe compassione per quelle miserie
maestre nelle sottrazioni
ambigue e incarnate in volti
una volta quieti.
Ci vorrebbe pietà
per la quella storpia scia di verità
mossa da una lurida lingua e
dalle sue immagini volgari.
Osservo la tela del triangolo
osservo le tre facce prima dell’ultima parola
e benedetto sia il mio cervello
che mi da volontà,
e benedetta sia la mia bocca
che genera ancora verità e forza.
Ora il sigillo
è opposto alla vostra carne
e vi mostra le chiavi a cui tutto torna
Sono nuova adesso
capace di qualsiasi invenzione
e non c’e nulla
nulla che non possa essere
io filo, io trama e ordito d’arcobaleno,
io arcolaio nella notte,
pugnale che incide la sua lezione
Il disgusto, il giudizio, la putrefazione
li avete ricamati addosso
posati tra le vostre cosce
nell’urina chiazzata di sangue
dove mie nocche scricchioleranno
come corteccia di salice,
dove le mie unghie feriranno come reliquie
le vostre zampe cespugliose
Ecco il mio avvertimento
ecco la mia parola prima della vostra parola,
e ancor prima di udire un vostro vagito
godrò …della vostra fine
con tutte le mie antenne
CrisEva e GiusAdamo nel paradiso terrestre
Mi sono sempre meravigliata come il genere umano, formato da entità diverse -maschili femminili, possa racchiudere mondi tanto diversi e dissimili tra loro.
I maschi sono logici, freddi, padroni delle loro azioni, concentrati nello sviluppo del SE attraverso il lavoro o il successo. Le femmine invece, più soggette a sbalzi chimico-umorali-ormonali, spesso insicure, abbisognose di un soggetto-padre-custode-sostegno sul quale aviticciarsi. Donna edera, donna di carne, sola, castrata-castrante facilmente infelice, rabbiosa e in perenne conflitto emotivo col suo traliccio-uomo-padre
Ho esagerato? si un pochino ma…mica tanto!
Comunque questa è la buffa storia di un traliccio-uomo-albero di nome Gius’Adamo e di una Cris’Eva incontrata per caso in un giorno di primavera.
Gius’Adamo è prima di tutto un ominide. Forte, anche se tarchiatello; pelato alquanto e sempre deciso su tutto : insomma, un tipetto intellettualmente attraente. Coltiva con straordinario successo, un fazzoletto di terra residuo dell’ex paradiso terrestre dal “papocchio….” col serpente.
Essendo un tipo tosto, (Cris’Eva lo definirebbe “zuccone” leggermente cafone , terribilmente saputello e pure un tantinello maleducato) per sopravvivere alla valanga di emozioni che si porta appresso in quento essere spirituale ( come ripeteva sempre Dio: mia immagine e somiglianza-a-a-a-a-a) prima ha eliminato ogni traccia di umanità, poi si è buttato cuore (?) ed anima(?) nella coltivazione intensiva di mele perfettamente quadrate ( ne controlla gli angoli tutti i giorni: l’imperfezione non è ammessa!) con risultati stupefacenti. (continua…)
le mie sante briglie
Gli porsi le mie sante briglie
di stanca bestia.
Ammaliata pregai e accesi lumi
ma i miei terribili difetti vivevano
nelle sue benedizioni
più felici dei vermi
nel corpo della terra.
La mia volontà non più regina
disperava
nei pomeriggi piovosi
e gli incantamenti disuguali
non sfuggivano mai
alle sue unghie taglienti.
Ciabattando lontano, goffo e deforme
nell’ultima violenza
storpiava sull’asfalto stupide virtù.
La morte lo chiamava molle
con due dita sporche di sudicia terra
mentre io, di lui morivo nel vederlo morire
Ho servito il mio padrone…
Ho servito il mio padrone
come una condannata a morte:
in 70 pezzetti mi ha tagliata.
L’ho servito quando urlava e piangeva
quando picchiava il mio nome
come paglia,
d’inverno
Ho servito il mio padrone
come una condannata a morte:
in 70 pezzetti mi ha tagliata.
Ho volato dal ponte, in braccio al vento
nessuno mi ha fermata, neppure
l’odore delle mie 70 piccole ferite;
arabesco della carne ,
d’estate
Ho servito il mio padrone
come una condannata a morte:
in 70 pezzetti mi ha tagliata.
Dalle fenditure della pelle
nelle scuarciate ferite ne uscii
riavvolta,
muta, senza parola,
d’autunno
Ho servito il mio padrone
come una condannata a morte:
in 70 pezzetti mi ha tagliata.
Comodamente nascosto
ancora con l’ago mi cuce.
Comodamente col cervello
ubriaco sotto il cielo curvo
mi taglia.
Ho servito il mio padrone
come una condannata a morte:
in 70 pezzetti mi ha tagliata.
Si toglie il sangue dalle dita
si toglie pezzi di me…con una lurida spugna.
i narcisi
Ho veduto i narcisi fiammeggiare
e la saliva delle api era assai buona per loro.
Ogni sforzo ondulava in verde-azzurra
obbedienza
nel sopportare quelle materne costrizioni.
L’esiliato bene è un arcobaleno che torna
di tanto in tanto
ma ha vita breve quando abbandona
il suo colorato bagaglio tra le mie
braccia di polvere.
I casuali abbandoni
Dietro i casuali abbandoni
risiedono mille attimi impazienti,
ma la verità era pazienza, vera pazienza
in stretto lutto
Ora la luce è spenta;
il sorvegliante veglia la sua chiesa
carezzando tutte le madonne
dagli occhi di giada
L’invisibile in faccia non guarda
ma condensa nella noia ogni goccia di sangue.
Che non sciupi la luce del suo unico occhio
tra il rosso sfiorito o in questa croce di ferro
I mendicanti come me, non sono che allucinati passeri,
attendono sulle porte delle catterdali
le ultime briciole di ostie;
hanno capito che l’amore e non il dolore,
è un’attualità insostenibile.
Dedicata ad un ricordo
Ricordi tesoro, ricordi
la pioggia che scendeva ?
pareva un velo,
un mantello
Il ghiaccio
lucidava i marciapiedi
come specchi rossi.
Dai miei stivali salivano
gli abbracci
e le cioccolate calde scendevano
a pochi centimetri dal cuore.
La piccola neve volava
e io con lei,
stretta nel blu, la lana delle tue mani
era il calore della notte.
Il gelo era innocente
innocente come le nuvole,
come il piccolo sole tra le due torri,
e noi con loro.
Il sudore dei miei sforzi
sul freddo del distacco
a cos’e servito…
Il nostro mondo è senza frutto.
Dove sei adesso con le tue ali di vetro?
Il corpo divino
Respira, respira corpo divino;
l’acqua, il filo d’erba
prenditi questo filo di vene,
queste perle.
Al collo tesoro, al collo
le vorrai stringere, come una briglia
come un sogno, prenditi questo groviglio
Il tuo corpo è differente
non ammette presenza,
esplode con la variante.
Con una forca mi sovrasti
con una parola mi segni.
Brucia la candela e pur odiando
la smorfia di bronzo che indosso
aspetto inebetita
quel tuo inutile diadema di luce
la morte del fiore
Tutte le stelle scommisero
che il vuoto vivo
mi avrebbe ingoiata.
Era nella sua usanza,
la morte del fiore;
era nella sua danza
mostrare le misere carni
ingegnose.
Nessuna fede o ricordo
nella sudicia mente;
impiccata
al chiodo la pelle nuda bastonava
il muro.
Contro tutte quelle povere paure
la mia testa sonnecchiava
scivolando verso il fosso.
Il soldatino insonne
spietatamente spartiva
l’infinito e il confine.
Non mi esento’ mai
dal bastone o dalla bastonate.
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Inserito originariamente da Cristina D.
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