Smielo/gli occhi in differita/e sbianco/costretta a passare oltre/il belato ricordo del mare”. Ebbene, Cristina, non vorrei sentirmi costretta – in senso traslato, varcando così immediatamente la soglia della tua poetica – a passare oltre questi ingannosi pensieri, formulati ed espressi all’interno di una fitta rete di assonanze e neologismi (ossimori o correlativi oggettivi che dir si voglia), scelta caratteristica di molti autori del Novecento. In altre parole, non intendo perdere l’occasione preziosa e, almeno per me alquanto rara, di commentare un’opera come “Notturno”, in grado di mettere in campo il concetto concreto della bellezza in poesia, cioè di cosa vuol dire – e cosa accade – quando, leggendo versi, si entra al loro interno con la splendida sensazione, liberatoria, di cogliere una risposta simbolica, quale che sia, alla nostra esistenza, ai suoi vuoti di significato, a quella tormentosa e ostinata sostituzione di valori, per noi tutti fonte inesauribile di incomprensioni, condanna e solitudine.

A mordermi/siedo/nell’ombra aderente/completamente a digiuno/morso, siedi”. Che sollievo, con parole scabre, quotidiane, attraverso il piano logico, giungere in breve alla loro proposta evocativa, alla rivelazione esclusiva del testo. Certo, non so come lo avverto, ma nell’aria qualcosa incombe, forse corre troppo veloce. Allora mi fermo, “siedo” e cerco riparo “all’ombra aderente” dell’anima: una sorta di ossimoro (secondo la scuola di Montale) dove, non credendo più nell’inconfutabilità del reale, nemmeno in quello espresso dai fenomeni naturali, decido di dare voce alle mie sensazioni alternative. In che modo? Appellandomi alla contiguità di termini contrastanti, addirittura improponibili di senso, se collocati uno vicino all’altro come ombra – immagine immateriale per definizione – e aderente, participio di un verbo espressivo, invece, di spiccata tensione materiale al contatto.

Almeno in un rifugio così inattaccabile, in quanto dotato di assai improbabile individuazione nello spazio e nel tempo tangibili, sarà possibile sostare durante il cammino necessario ad affrontare con coraggio il morso del dolore, della fame d’amore che tormenta. Bella, intensa ed efficace in proposito, la coppia di termini ”morso, siedi” con la quale l’autrice inaugura il percorso all’interno dell’insanabile distanza tra il desiderio di amare e l’essere amati: emoziona per la sua oggettività di significato, proiettata com’è in direzione dell’onnipotenza infantile, quando si è liberi di dare vita a percezioni intime e forti non per mezzo di associazioni logiche tradizionali, piuttosto attraverso l’oggetto ritenuto all’occorrenza più presente, per facilità di approccio, a noi e agli altri.

Nella rete di analogie portate alla luce, lentamente, si impossessa dei versi e del traguardo finale (“pensarti/ sapendoti a galla/vivo/in qualche altro delta di luce”) la consapevolezza – indispensabile a non lasciarsi inghiottire dall’indeterminato della disperazione generata dal rifiuto – di dover instaurare tra il nostro dolore (“L’amaro/mi riempie i favi di fiele”) e il resto (“il belato ricordo del mare”) una sorta di correlativo oggettivo alla Eliot, dove, quale forma di difesa estrema dal male, si promuove la traduzione di constatazioni e sentimenti personali in elementi oggettivi, identificabili in una indiscutibile area fenomenica e quotidiana delle cose. In tale atmosfera, Cristina fa “increspare” l’angoscia, l’incapacità di rassegnarsi alla lontananza da ciò che si ama, come i velami si“increspano” in mare.

Un’ultima nota stilistica al componimento potrebbe rilevare ancora quanto smielo, il neologismo in apertura della seconda strofa di cinque versi, risponda alla medesima volontà di sconfiggere il vuoto, la mistificazione insita in ogni preordinata lettura in codice di parole e idee: infatti, inventando un segno – in sintonia con le indicazioni di molta poesia di questi anni – e non possedendo il termine alcun altro punto di riferimento estraneo al significato acquisito all’interno del contesto, se non inteso nell’accezione da noi considerata, alla peggio rischierebbe di scolorire in una comprensione-zero in grado di annullarla, purtroppo, ma – almeno – di non tradirla né mistificarla.

Dunque, quasi in un circolo, si torna al punto di partenza affermando che “Notturno” di Cristina Dorigo partecipa della bellezza di una poesia quando, leggendone i versi, attraverso una personale istanza simbolica tramutata in risposta antagonista al male dell’esistenza e ai suoi vuoti di significato, prendono corpo queste suggestioni di libertà assoluta nell’osservare il vero “con gli occhi in differita”, nel collegare immagini lontane senza filo, ingannandosi consapevoli di ingannarsi: “sapendoti a galla/ vivo in qualche altro delta di luce”.

Il finale, all’altezza del resto del componimento, stringe il cuore per la sua rivelazione di morte e vita di qualcosa limitato nell’oggettività, poiché non posso toccarlo né goderne, in quanto esiste in altri mondi (in differenti contesti vitali, come diversi sono i corsi d’acqua tra loro), ma tuttavia, misteriosamente, oltre lo spazio e il tempo attuali, continuo a vederlo, osservandolo non immerso nell’acqua che tutto ingoia, ma a galla, ben in vista sotto un delta di luce remoto, anche se capace di illuminare ogni cosa che c’era e ora non c’è più.

Infine, ho sempre valutato di grande emozione considerare il mare simbolo eccellente di separazione dalle cose e dalle persone amate: se riesco a percepirlo, invece, come punto di contatto estremo tra il finito e l’eterno, la vita e la morte, rimango sempre stupita, sospendo ogni atto di giudizio e attendo – senza però, purtroppo, aspettare – il momento in cui, finalmente, una nuova realtà si imponga all’orizzonte.

Come quando da ragazza leggevo nello splendido “Lamento per Ignácio Sanchez Mejías” (1935) diFederico Garcia Lorca la celebre chiusura della terza parte ”Dormi, vola, riposa. Muore anche il mare” e pensavo, confortandomi sull’ingiusta scomparsa del giovane e avvenente torero, che allora, forse, no, non era morto per sempre. Perché il mare, di certo, non poteva morire. Ora molti anni sono trascorsi e tante realtà una volta credute irrealizzabili si sono, oltre ogni probabilità, verificate: con tutto ciò, non riesco a dissentire dalla conclusione di allora.

Cinzia Baldazzi

per http://www.poesieinversi.it/ spazio gratuito di condivisione letteraria