Le piu’ belle lettere d’amore

  • Enrico VIII a Anna Bolena

Riflettendo sul contenuto delle vostre lettere, mi sono procurato una grande agonia; non sapendo come interpretarle, se a mio svantaggio, come si può vedere in alcune righe, o a mio vantaggio in altre.
Vi scongiuro con tutto il mio cuore di Lasciarmi conoscere appieno le vostre intenzioni sul nostro amore; la necessità mi costringe a pietire da voi una risposta, essendo stato colpito da più di un anno dal dardo dell’amore, e non sapendo se ho fallito oppure ho trovato un posto nel vostro cuore e nei vostri affetti, il che mi ha certamente trattenuto per un periodo dal chiamarvi mia amante, dal momento che se VOI mi amate solo di un amore comune questo termine non vi si addice, visto che rappresenta una posizione eccezionale; ma se vi piace assolvere al dovere di una vera, leale amante e amica, e darvi anima e corpo a me, che sono stato, e sempre sarò, il vostro servitore leale (se il vostro rigore non me lo impedirà), vi prometto che non solo il nome vi sarà dovuto, ma anche che vi prenderò come mia unica amante, allontanando tutte le altre salvo voi stessa dal mio cuore e dalla mia mente, che servirà voi sola; vi prego di dare una risposta completa a questa goffa lettera, di dirmi fino a che punto e in che cosa posso sperare; e se non vi piacesse rispondermi per iscritto, di indicarmi qualche luogo dove io possa avere una risposta a voce, luogo che io cercherò con tutto il mio cuore.
Non vado oltre per paura di annoiarvi.
Scritto dalla mano di colui che vorrebbe rimanere il vostro.

  • Napoleone Bonaparte a Giuseppina Beauharnais

Nizza, il 10 germinale

Non è passato giorno che non t’amassi; non è passata notte che non ti stringessi fra le braccia; non ho preso una tazza di thè senza maledire la gloria e l’ambizione che mi tengono lontano dall’anima della mia vita. In mezzo agli affari, alla testa delle truppe, percorrendo i campi di battaglia, la mia adorabile Giuseppina è sola nel mio cuore, occupa il mio spirito, assorbe il mio pensiero. Se mi allontano da te con la velocità di un torrente del Rodano, è per rivederti più in fretta. Se, nel mezzo della notte, mi alzo per lavorare ancora, è che questo può anticipare di qualche giorno l’arrivo della mia dolce amica e, tuttavia, nelle tue lettere del 23, del 26 ventoso, mi davi del Voi. Voi, tu stessa. Ah, Cattiva! Come hai potuto scrivere questa lettera? Come è fredda! E poi dal 23 al 26 ci sono quattro giorni; che cosa hai fatto per non aver scritto a tuo marito? Ah! Amica mia, questo Voi e questi quattro giorni mi fanno rimpiangere la mia antica indifferenza. Sfortuna a colui che ne sarebbe la causa! Possa egli, per pena e per supplizio, provare ciò che la convinzione e l’evidenza che servirono il tuo amico, mi farebbero provare! L’inferno non ha supplizio, né le furie serpenti! Voi!Voi! Ah! Che ne sarà fra quindici giorni? La mia anima è triste; il mio cuore è schiavo e la mia immaginazione mi spaventa! Tu mi amavi meno, tu sarai consolata. Un giorno tu non mi amerai più, dimmelo, saprei almeno meritare la sfortuna! Addio, donna, tormento, speranza, felicità e anima della mia vita, che io amo, che temo, che mi ispira dei sentimenti teneri che mi chiamano alla natura, a dei movimenti tempestosi vulcanici come il tuono. Non ti chiedo né amore eterno, né fedeltà, ma solamente verità, franchezza senza limiti. Il giorno che mi dirai: ti amo di meno, sarà o l’ultimo del mio amore o l’ultimo della mia vita. Se il mio cuore fosse cosi vile da amare senza ritorno, lo farei a pezzi con i denti. Giuseppina! Giuseppina! Ricordati ciò che ti ho detto talvolta: la natura mi ha fatto l’animo forte e deciso; essa ti ha costruito di pizzo e di garza. Hai smesso di amarmi!! Perdono, anima della mia vita, la mia anima è tenera su vaste combinazioni. Il mio cuore, interamente occupato da te, ha dei timori che mi rendono infelice. Mi secca non poterti chiamare col tuo nome. Attendo che tu me lo scriva. Addio! Ah! Se tu mi amassi di meno, non mi avresti mai amato. Sarei allora proprio da compatire.

  • Wolfgang Amadeus Mozart a Costanze Weber

Vienna, 29 Aprile 1782

Carissima, amatissima amica,
Sicuramente mi permetterai di chiamarti ancora con questo nome. Sicuramente non mi odi a tal punto che io non possa essere più tuo amico, e tu – non più mia ?
E anche se non sarai più mia amica, tuttavia non mi puoi impedire di augurarti ogni bene, amica mia, dacché è molto naturale per me fare cosi. Pensa a quello che mi hai detto oggi.
Nonostante tutti i miei tentativi mi hai scacciato tre volte e mi hai detto in faccia che non intendi più aver nulla a che fare con me.
Io (a cui importa più di quello che importa a te di perdere l’oggetto del mio amore) non sono cosi focoso, cosi rozzo e stupido da accettare la mia dismissione.
Ti amo troppo per far questo. Ti raccomando pertanto di ponderare e di riflettere sulla causa di questa spiacevole vicenda, che è nata dal fatto che mi ha seccato il modo cosi impudente e sconsiderato da farti dire a tua sorella – e sia chiaro, in mia presenza – che tu avevi permesso a un gentiluomo di prendere le misure dei tuoi polpacci.
Nessuna donna a cui sta caro il suo onore può comportarsi così. E sempre un buon principio quello di fare ciò che fanno gli altri. Allo stesso tempo ci sono molti altri fattori da considerare – come, per esempio, se siano presenti solo intimi amici e conoscenti – se una sia una bambina o una ragazza in età da marito – più precisamente se sia fidanzata – ma, soprattutto, se nella compagnia siano presenti solo persone della sua classe sociale, o suoi inferiori – o, cosa ancor più importante, suoi superiori. Se è vero che anche la Baronessa ha permesso che la stessa cosa fosse fatta a lei, il caso è comunque diverso, perché lei non è più di primo pelo e non può più attrarre gli uomini – e inoltre, è propensa alla promiscuità e dispensa favori qui e là. Io spero, carissima amica, che anche se tu non desideri diventare mia moglie, non condurrai mai una vita come la sua.
Se è stato per te impossibile resistere al desiderio di partecipare al gioco (anche se non sempre è saggio per un uomo farlo e tanto meno per una donna), allora perché in nome del cielo non hai preso tu il nastro e non ti sei misurata tu i polpacci (come donne timorate hanno fatto in simili occasioni alla mia presenza) , invece di permetterlo a un gentiluomo di farlo ?…
Ma basta ora; e il minimo riconoscimento del tuo comportamento in qualche modo sconsiderato in questa occasione metterebbe a posto le cose di nuovo, e se tu non ne facessi un caso, carissima amica, tutto andrebbe a posto.
Capisci ora quanto ti amo. Non mi infiammo come fai tu. Penso, rifletto e sento.
Se solo tu ti arrenderai ai tuoi sentimenti, allora so che quello stesso giorno sarò in grado di dire con assoluta certezza che Costanze è la virtuosa, prudente, onorata e leale amante del suo onesto e devoto

Mozart

  • harles Baudelaire a Marie Daubrun

Parigi, 15, Cité d’Orléans
( inizi 1852 )

Signora,
E mai possibile che non debba più rivedervi ? Questo è quel che conta per me, perché sono arrivato al punto che la vostra assenza rappresenta di già un’enorme privazione per il mio cuore.
Quando sono venuto a sapere che rinunciavate a posare e che io ero la causa involontaria di tale decisione, ho avvertito una strana tristezza.
Ho voluto scrivervi, malgrado io sia poco propenso a mettere le cose per iscritto. Si finisce quasi sempre per pentirsene. Ma non arrischio nulla, giacché ho ormai preso la mia decisione di donarmi a voi per sempre.
Sapete che la nostra lunga conversazione di giovedì è stata davvero singolare ?
È questa stessa conversazione che mi ha lasciato in uno stato per me affatto nuovo e che è all’origine di questa lettera.
Un uomo che dice : “ Vi amo ! “ e che prega – e una donna che risponde: “ Amarvi ? Io ? Mai ! Uno solo ha il mio amore. Guai a quello che verrà dopo di lui ; non otterrebbe altro che la mia indifferenza e il mio disprezzo ! “.
E questo stesso uomo, per avere il piacere di guardarvi più a lungo negli occhi, lascia che voi gli parliate di un altro, che non gli parliate che di lui, che non vi infiammiate che per lui e non pensiate che a lui. Da tutte queste confessioni è emerso un fatto assai singolare, ed è che per me, voi non siete più semplicemente una donna che si desidera, ma una donna che si ama per la sua franchezza, per la sua passione, per la sua verde età e per la sua follia !…
Nel darvi queste spiegazioni ho perso molto, poiché voi siete stata cosi risoluta che ho dovuto sottomettermi all’istante; ma voi, Signora, voi ci avete guadagnato molto. Mi avete ispirato rispetto e stima profonda. Restate sempre cosi, e custoditala bene, questa passione che vi rende cosi bella e cosi felice.

  • Ugo Foscolo a Antonietta Fagnani Arese

Sabato, prima di desinare, (1801)

Tu sei certa dunque ch’io t’amo, o celeste creatura ? Oh!…si, io t’amo quanto posso amare; il mio cuore non può reggere più alla piena di tante sensazioni. Io sento la passione onnipotente dentro di me…eterna! Si io t’amo.
Io sperava da’ tuoi baci un qualche ristoro; ma io invece ardo ognor più…Il sorriso è fuggito dalle mie labbra; e la profonda malinconia che mi domina non mi lascia se non quando io ti vedo…e ti vedo venire così amorosa verso di me a farmi confessare come, ad onta di tanti mali, la vita è preziosa. Ma io …tremo! Che farai di me ora che sei sicura del tuo potere ? Mi abbandonerai tu alle lagrime e alla disperazione ? ti raffredderai tu con me ? –
io so che mi sarebbero utili le arti del libertinaggio per farmi amare di più: dovrei fingere meno ardore per irritare il tuo amor proprio, dovrei…ah! La mia ragione le conosce tutte queste arti, ma pur troppo il mio povero cuore non sa fare alleanza con la mia ragione. Io lo abbandono tutto a te…io spero che tu non sarai capace di tradirlo.
E’ vero, mia cara, ch’io temo del tuo amore perché ne’ suoi principi è stato troppo impetuoso, perché tu sei troppo bella, o troppo circondata dal bel – mondo in cui ti perdi, perché…ma con tutto ciò io non ti credo così cattiva da lasciarmi crudelmente: quando l’amore si raffredderà in te, posso io lusingarmi, o Antonietta, che la compassione e la riconoscenza ti parleranno in favore del tuo amico ? Si, io me ne lusingo, perché il tuo cuore è ben fatto…perché io non merito di essere tradito.
T’amai e t’amo con tutta la lealtà e la delicatezza della virtù…io mi sono confidato tutto a te…nelle mie stesse diffidenze io ho prescelto di essere piuttosto tradito che di non credere ai tuoi giuramenti.
Rispondimi lealmente, o mia amica; e rispondimi con tutta l’effusione della tua anima.
La tua passione per me s’è ella raffreddata ?… Oh terribile idea! Ma tu rispondimi.
Non temer dal mio canto né rimproveri, né eccessi…Io piangerò, io morirò, ma rispettando sempre la tua fama. Io verserò l’ultimo respiro su le tue lettere. E dirò leggendole: la mia Antonietta mi ha pur qualche volta dato tutto il suo cuore e ha confuso le sue lagrime alle mie. Intanto odilo: niuna donna può vantarsi di essere stata tanto amata da me. Ho amato, è vero, ma non sapeva di poter amare tanto; i miei passati amori hanno avuto o i caratteri romanzeschi, o con qualche donna del gran mondo quei del libertinaggio; ma con tanta passione, con tanta ingenuità, con tanta verità di amore non ho amato mai.
E non amerò più! Io te lo ripeto, o Antonietta, questo giuramento:tu sarai l’ultima donna ch’io amerò: e dopo di te non mi avrà che la solitudine, o la sepoltura.
Rispondimi. Addio.

  • Giosue Carducci a Lidia

Bologna, 22 Settembre 1878

Mia dolce amica,

Come devo fare a spiegarti quello che è successo in me in questi ultimi tempi, in modo che tu mi creda e non mi rivolga tutto al peggio?
Il mio cuore e il mio spirito si sono raccartocciati: non provo più il bisogno di espandermi, anzi mi è noiosa, come fatica inutile, ogni velleità di espansione. Non amo scrivere; e mi riesce difficile, perché non ho né facilità né correntezza né lucidità di espressione. Quello che cinque o sei anni fa fu la seconda giovinezza ora è sfiorita, sfiorita per sempre.
Allora mi era facilissimo consolarmi e rinnovarmi nella poesia che mi risplendeva e risonava da ogni cosa, e dopo la poesia, gli studi geniali, e poi, la politica e la lotta; e poi l’amore; dopo lottato e scritto tutto il giorno mi era un riposo l’abbandonarmi a te con lettere di otto pagine, nelle quali la fantasia e il sentimento confondevano i loro gettiti più strani.
Ora no. Aborro la politica, rifuggo dalla lotta, m’increscono gli studi fecondi; sono stanco e annoiato della poesia, dell’Italia, della libertà; non so più scrivere; la penna mi pesa e mi fa male peggio che un remo da galera. Vorrei poter dire al cielo e alla terra: lasciatemi posare e dormire; tanto è inutile; io sono un tronco arido.
Perché devo affaticarmi? perché pensare? perché amare?
Io non ho più voglia di nulla, se non forse di oblio. Chi vuol lavorare per la patria, per l’arte, per la gloria, per il bene si serva pure. Io non mi sento capace di tanto; so che fra dieci anni rimarrà orma di quel molto che ho pensato, studiato, amato, combattuto nella mia gioventù, so che ho scroccato una nomea effimera con sforzi facchineschi; so che sono imbecille e cattivo, e che ho avuto più fortuna che non meritassi.
Dimenticatemi dunque, e lasciate che dimentichi. Non invidiatemi la mia solitudine. Questo in generale. A te poi in particolare, dico:
è inutile tu ti affanni per l’amore d’una volta; non ho più energia: se mi vuoi quale sono, prendimi: se no, lasciami: perché amareggiare e mortificare e e me co’ rimpianti continui?
Può darsi che questa atonia dolorosa cessi: per ora nessuna forza può scuterla. Forse sarà stata la solitudine e il turbinoso e fisso rivolgersi del pensiero sempre in se stesso e intorno a se stesso che mi avrà ridotto cosi; ma ora sono cosi. Non vedi, non senti, che né meno so più esprimermi? non ti accorgi della fatica che mi ci vuole per affaciarmi solamente un poco fuori di me?
Dunque compatiscimi e non rimproverarmi.
Quanto a’ desideri tuoi: 1) Della gita o ad Arquà od altrove mi spiace non poter farne nulla : mi manca il tempo, che devo dare ai molti doveri che non ho adempiuto finora a punto per questa atonia che mi rende impossibile il far nulla altro che ordinare rime antiche; e mi manca anche il denaro; 2) Dell’impetrare da Cairoli altra destinazione, per chi tu sai, pensa bene di non incolparmene, perché non avresti ragione. Anzi tutti, a nome di chi mi devo fare avanti? Se quella persona non mostra desiderio di essere destinato altrove, ze non si fa vivo; io che ci entro?
Al tempo di Luigi XV e anche dei nostri consorti poteva essere naturale che uno fosse mandato qui anziché là perché cosi piaceva all’amante di sua moglie. Ma, oltre che io non ho autorità né influenza vera, io non moverò un dito, se ciò che non paia utile al tuo amico. Ti dico che non ho autorità; e te lo dimostro. La Siciliani, mi pregò e ripregò perché raccomandassi un patriota, rovinato per l’Italia, a Cairoli, acciò s’interponesse con Seismit per fargli avere un posto nei dazi ecc.
Dopo tre mesi, il segretario mi scrive, acchiudendomi la risposta del Doda al Cairoli. Cairoli non aveva fatto che mandare la mia lettera al collega. Questi se n’era lavato le mani dicendo che non v’era posto.
E inutile; io non so né pregare né farmi ascoltare. Come vuoi che riesca a far mutare destinazione a un generale? Mi vien da ridere. Pure se il tuo amico crede utile che io mi adoperi, mi adopererò più caldamente che io possa. E ora ti prego anche una volta. Non prenderti a male di tutto questo. Compassionami invece, e credimi: credimi che non affetto tutta questa atonia, che non infingo questa mala disposizione, per scusare con te il mio disamore o altro. Io son fatto cosi. Non posso simulare né meno per gentilezza ora sono bestia, bestia, bestia; fammi la grazia di lasciarmi esser bestia finché succede un’altra metamorfosi o io crepi.
So che ti affliggo, e me ne dispiace; ma del resto non son reo d’altro verso di te. Addio. Scrivimi, ma non rimproveri.

  • Saffo a Faone

….. Brucio, come avvampa un fertile campo con le messi in fiamme, al soffio implacabile di Eolo . ………. Tu hai la bellezza, hai l’età adatta ai giochi d’amore: oh bellezza piena di pericoli per i miei occhi! …….. Cantavo, mi ricordo (gli innamorati ricordano tutto); e tu mi rubavi baci mentre cantavo. Anche questi apprezzavi e ti piacevo sotto ogni aspetto, ma soprattutto allora, quando si fa l’amore. Allora la mia disinibizione ti piaceva più del solito e i miei movimenti continui ed il linguaggio adatto al gioco amoroso e, quando il piacere di entrambi si era fuso in uno solo, l’intenso abbandono che pervadeva i nostri corpi spossati. ……. Per chi, infelice, mi dovrei ornare, o per piacere a chi dovrei affannarmi? Lui, l’unico che mi induce a curare il mio aspetto, è lontano: …. Tu… vieni qui vicino, bellissimo, e lasciati andare di nuovo fra le mie braccia: non ti chiedo di amarmi, ma di lasciarti amare! Sto scrivendo, e i miei occhi sono bagnati dallo sgorgare delle lacrime: guarda quante cancellature ci sono in questo punto! Se eri così deciso ad andartene di qui, te ne saresti andato in maniera più corretta se solo mi avessi detto: “Addio, fanciulla di Lesbo!”. Con te non hai portato le mie lacrime, non i miei baci, e io, infine, non ho potuto temere ciò che avrei sofferto. Non ho nulla di tuo con me, se non il torto subito e nemmeno tu hai un dono che ti ricordi la tua innamorata. Non ti ho fatto raccomandazioni. E non ti avrei fatto alcuna raccomandazione, se non di non volerti dimenticare di me. ….. Il pudore e l’amore non vanno d’accordo;… Tu sei il mio pensiero assillante, Faone, e i miei sogni ti riconducono a me, sogni più radiosi di una bella giornata. Là io ti trovo, anche se sei in un paese lontano; ma il sonno non reca gioie sufficientemente lunghe. Spesso mi sembra che la mia testa posi sulle tue braccia, spesso che le mie braccia sostengano la tua. Riconosco i baci che tu eri solito affidare alla tua lingua, baci che tu eri sempre esperto nel dare e nel ricevere. Talvolta ti accarezzo e pronuncio parole del tutto simili alla realtà e la mia bocca è desta per i miei sensi. Mi vergogno a raccontare il resto, ma accade tutto e provo piacere e non riesco a restare insensibile…

Questa lettera(non integrale) è tratta dalle Heroides di Ovidio (43 a.C-18 d.C.). Si tratta di una raccolta di 21 componimenti sotto forma di lettere, scritte da eroine ai loro amanti. Faone non è mai esistito e la leggenda del suicidio di Saffo per amore è un’invenzione dei comici attici, ripresa da Ovidio.

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