L’amore ferito da 5 lame sottili
Mi alzavo dal letto
per contemplarlo nel sonno
strappando le vesti
a tutte le sue amiche furenti.
Contro le mura incoscienti
appiccai mille fuochi
ma quei sogni erano cani
bestie nutrite con carni coscienti
Animali enormi
acquattate nella neve
contavano stagioni, rinvigorendo
terrori, costringendo il silenzio
Lenta volava la notte;
il cielo mordeva il biancore, il fiore
sfioriva sul bordo del suo ciuffo;
il fiume correva…
e l’amore
moriva ferito da due piccole
lame sottili.
Ai 3 volti del triangolo
Ci vorrebbe compassione per quelle miserie
maestre nelle sottrazioni
ambigue e incarnate in volti
una volta quieti.
Ci vorrebbe pietà
per la quella storpia scia di verità
mossa da una lurida lingua e
dalle sue immagini volgari.
Osservo la tela del triangolo
osservo le tre facce prima dell’ultima parola
e benedetto sia il mio cervello
che mi da volontà,
e benedetta sia la mia bocca
che genera ancora verità e forza.
Ora il sigillo
è opposto alla vostra carne
e vi mostra le chiavi a cui tutto torna
Sono nuova adesso
capace di qualsiasi invenzione
e non c’e nulla
nulla che non possa essere
filo, trama, ordito d’arcobaleno,
arcolaio nella notte
pugnale che incide la sua lezione
Il disgusto, il giudizio, la putrefazione
li avete ricamati addosso
posati tra le vostre cosce
nell’urina chiazzata di sangue
dove mie nocche scricchioleranno
come corteccia di salice,
dove le mie unghie feriranno come reliquie
le vostre zampe cespugliose
Ecco il mio avvertimento
ecco la mia parola prima della vostra parola,
e ancor prima di udire un vostro vagito
godrò …della vostra fine
con tutte le mie antenne
CrisEva e GiusAdamo nel paradiso terrestre
Mi sono sempre meravigliata come il genere umano, formato da entità diverse -maschili femminili, possa racchiudere mondi tanto diversi e dissimili tra loro.
I maschi sono logici, freddi, padroni delle loro azioni, concentrati nello sviluppo del SE attraverso il lavoro o il successo. Le femmine invece, più soggette a sbalzi chimico-umorali-ormonali, spesso insicure, abbisognose di un soggetto-padre-custode-sostegno sul quale aviticciarsi. Donna edera, donna di carne, sola, castrata-castrante facilmente infelice, rabbiosa e in perenne conflitto emotivo col suo traliccio-uomo-padre
Ho esagerato? si un pochino ma…mica tanto!
Comunque questa è la buffa storia di un traliccio-uomo-albero di nome Gius’Adamo e di una Cris’Eva incontrata per caso in un giorno di primavera.
Gius’Adamo è prima di tutto un ominide. Forte, anche se tarchiatello; pelato alquanto e sempre deciso su tutto : insomma, un tipetto intellettualmente attraente. Coltiva con straordinario successo, un fazzoletto di terra residuo dell’ex paradiso terrestre dal “papocchio….” col serpente.
Essendo un tipo tosto, (Cris’Eva lo definirebbe “zuccone” leggermente cafone , terribilmente saputello e pure un tantinello maleducato) per sopravvivere alla valanga di emozioni che si porta appresso in quento essere spirituale ( come ripeteva sempre Dio: mia immagine e somiglianza-a-a-a-a-a) prima ha eliminato ogni traccia di umanità, poi si è buttato cuore (?) ed anima(?) nella coltivazione intensiva di mele perfettamente quadrate ( ne controlla gli angoli tutti i giorni: l’imperfezione non è ammessa!) con risultati stupefacenti. (continua…)
L’aria che respiri
Mentre passavo come alito di vento,
in bocca avida di nutrimento
scrollavi le foglie come mantelli.
Non sono stata visibile
ne udibile
forse troppo bianca,
o senza colore,
ne odore.
Dopo i tripudi, le infinite dolcezze
le memorabili attese
in sofferenza sfinita,
senza nome
non sono che acqua
le mie sante briglie
Gli porsi le mie sante briglie
di stanca bestia.
Ammaliata pregai e accesi lumi
ma i miei terribili difetti vivevano
nelle sue benedizioni
più felici dei vermi
nel corpo della terra.
La mia volontà non più regina
disperava
nei pomeriggi piovosi
e gli incantamenti disuguali
non sfuggivano mai
alle sue unghie taglienti.
Ciabattando lontano, goffo e deforme
nell’ultima violenza
storpiandosi sull’asfalto di stupide virtù
la morte lo chiamava
con due dita sporche di sudicia terra
mentre io ero morta, nel vederlo morire
senza titolo
Io non volevo essere sepolta: pensavo sarei soffocata anche da morta.
Ora sono morta e non sento più nulla.
Avevo letto di una luce calda; lei mi avrebbe accolta, abbracciata, coccolata e riscaldata.
Una luce armoniosa, accogliente, materna.
Invece nulla: non c’è nulla ad accogliermi.
Forse sto sognando o forse mi sono persa. Forse tutto il dolore patito mi ha tramortita, addormentata nel silenzio.
Invece no, la solitudine più pura, più vera è qui e mi rotea accanto come un cane fedele digrignando marce fauci di pena.
Ho paura, tanta paura. Con qualche senso sconosciuto tento un pianto senza lacrime che mi scuote nel terrore. Un’onda di ricordi vivi, veri e presenti mi prende : rivivo l’odio, la scarsa tolleranza verso di me stessa, quel desiderio malato di mettere fine agli “inconsolabili tradimenti” della vita, mi procurano nuove sofferenze indescrivibili.
Vorrei silenziare il ronzio infame delle parole, delle urla, dei pianti di chi mi ha amata, poi odiata e abbandonata. Valanghe di parole tornano a me come chiodi nella carne e, mentre dal di dentro sgorga un urlo senza voce, vomito angoscia e sangue.
Dio, dimmelo Tu cos’era questa mia vita “prima”, se non foglia secca trascinata dal vento.
La morte mi avrebbe salvata da tutto; spenti i riflettori, finalmente un buio di pace senza ieri, oggi ne domani. Nessuna mediazione, nessuna alternativa valida se non quella della pazzia e dell’auto annientamento.
Ricordo, dal ponte sull’autostrada brillavano le prime stelle.
Nel giro di qualche istante ogni respiro, ogni pena sarebbero terminati quaranta metri più in basso.
Affacciata sul bordo pietroso, una piantina verde mi osservava da sotto appena mossa da un vento tiepido.
Si, lei mi avrebbe accolta con amore. Finalmente avrei smesso di essere infelice smettendo di essere.
Ma non è stato così e nulla si è placato; ora sono in questo non-luogo con l’eco del silenzio che mi trapassa: particella di nulla nel nulla.
Anni, mesi, giorni, minuti esistono ancora, o nel vuoto non c’e più tempo ne speranza? Percepisco con quel poco di me che ancora “è ”, il dissolversi della coscienza nel freddo vuoto ombroso mentre una grande pena mi attraversa e taglia come aria di ghiaccio.
Sono prigioniera e sono sola; più sola di quanto avessi mai immaginato; la mia prigione non ha pareti ma è più soffocante e stretta di una tomba sigillata.
Sopra di me due metri di fresca terra viva, viva di vermi, fremiti e radici che si ciberanno di me… prima o poi. Vorrei fuggire, tornare a quella tiepida sera d’autunno con le stelle in cima … decidere ancora; scappare per respirare la quiete di mille cieli azzurri.
Ma sono solo nebbia, mi avvolgo e dissolvo in infiniti rivoli, fili scuri di lugubre pallore.
Nessuno mi ascolta, nessuno mi ricorda; chi avrà pietà di me, suicida per dolore?
Io non volevo essere sepolta: pensavo sarei soffocata anche da morta…
Ho servito il mio padrone…
Ho servito il mio padrone
come una condannata a morte:
in 70 pezzetti mi ha tagliata.
L’ho servito quando urlava e piangeva
quando picchiava il mio nome
come paglia,
d’inverno
Ho servito il mio padrone
come una condannata a morte:
in 70 pezzetti mi ha tagliata.
Ho volato dal ponte, in braccio al vento
nessuno mi ha fermata, neppure
l’odore delle mie 70 piccole ferite;
arabesco della carne ,
d’estate
Ho servito il mio padrone
come una condannata a morte:
in 70 pezzetti mi ha tagliata.
Dalle fenditure della pelle
nelle scuarciate ferite ne uscii
riavvolta,
muta, senza parola,
d’autunno
Ho servito il mio padrone
come una condannata a morte:
in 70 pezzetti mi ha tagliata.
Comodamente nascosto
ancora con l’ago mi cuce.
Comodamente col cervello
ubriaco sotto il cielo curvo
mi taglia.
Ho servito il mio padrone
come una condannata a morte:
in 70 pezzetti mi ha tagliata.
Si toglie il sangue dalle dita
si toglie pezzi di me…con una lurida spugna.
I fiori
I fiori cadono dall’alto
come rosse macchie ancora vive.
Ben recapitata la rabbia
si mescola ai fondi dell’inesperienza
e le risposte accanite,
si torcono nella miseria.
Una solitudine pura e dura urla l’addio
dalla tromba delle scale.
Questa luce perfetta smorza ogni gioia
di una visione viva e vera,
con labbra molli risucchia tutti i purgatori.
La riconoscenza cristallizzata tra le rocce
legando l’agnello ad un groviglio di vene,
sfrigola ad ogni abbraccio.
L’umiltà è un fiore di antica viltà
la sua luce, un eterno paragone.
i narcisi
Ho veduto i narcisi fiammeggiare
e la saliva delle api era assai buona per loro.
Ogni sforzo ondulava in verde-azzurra
obbedienza
nel sopportare quelle materne costrizioni.
L’esiliato bene è un arcobaleno che torna
di tanto in tanto
ma ha vita breve quando abbandona
il suo colorato bagaglio tra le mie
braccia di polvere.
I casuali abbandoni
Dietro i casuali abbandoni
risiedono mille attimi impazienti,
ma la verità era pazienza, vera pazienza
in stretto lutto
Ora la luce è spenta;
il sorvegliante veglia la sua chiesa
carezzando tutte le madonne
dagli occhi di giada
L’invisibile in faccia non guarda
ma condensa nella noia ogni goccia di sangue.
Che non sciupi la luce del suo unico occhio
tra il rosso sfiorito o in questa croce di ferro
I mendicanti come me, non sono che allucinati passeri,
attendono sulle porte delle catterdali
le ultime briciole di ostie;
hanno capito che l’amore e non il dolore,
è un’attualità insostenibile.
Dedicata ad un ricordo
Ricordi tesoro, ricordi
la pioggia che scendeva ?
pareva un velo,
un mantello
Il ghiaccio
lucidava i marciapiedi
come specchi rossi.
Dai miei stivali salivano
gli abbracci
e le cioccolate calde scendevano
a pochi centimetri dal cuore.
La piccola neve volava
e io con lei,
stretta nel blu, la lana delle tue mani
era il calore della notte.
Il gelo era innocente
innocente come le nuvole,
come il piccolo sole tra le due torri,
e noi con loro.
Il sudore dei miei sforzi
sul freddo del distacco
a cos’e servito…
Il nostro mondo è senza frutto.
Dove sei adesso con le tue ali di vetro?
I cretini misteri
Ho visto disfarsi il chiarore
in promessi pestaggi
e l’inverno fiorire
tra le nostre cosce.
Assaggiando la vita,
nei ricordi più veri
eiaculalavi cretini misteri
in brocche di foglia.
Rigido in più punti,
ammucchiato sul bordo
ruminavi odio con salive e fieli
mentre una lumaca azzurra,
si succhiava tutto il mio sangue.
Rimpolpato d’odio
ti abbandono
all’ombra del tuo cipresso.
Il corpo divino
Respira, respira corpo divino;
l’acqua, il filo d’erba
prenditi questo filo di vene,
queste perle.
Al collo tesoro, al collo
le vorrai stringere, come una briglia
come un sogno, prenditi questo groviglio
Il tuo corpo è differente
non ammette presenza,
esplode con la variante.
Con una forca mi sovrasti
con una parola mi segni.
Brucia la candela e pur odiando
la smorfia di bronzo che indosso
aspetto inebetita
quel tuo inutile diadema di luce
L’alchimista
E’ come la vuole, la sua fortuna
tra le unghie crespe come cortecce
e mescolando reliquie tra i cespugli.
Del pensiero non immagina la forma
tutto gli è stato concesso,
l’argilla calda, il nutrimento, la trappola incarnata.
Non c’e nulla che non abbia preso
avvolto, stracciato, buttato.
La sua prossima stella avrà un corpo differente
lontano da questo quarto di luna.
L’anima penzola dalla sua forma,
per cinque volte l’ho benedetto
per cinque volte i piedi e le ginocchia
gli ho cullato succhiando le ferite come vino.
Rulla nelle vene qualche cosa di rosso
e monta la marea come il nevischio di ghiaccio.
Questo canto di silenzio è cenere per il suo occhio
ovatta, ovatta per i mie timpani;
il cono luminoso da’ frutti d’oro
ma è lontano, troppo lontano da questa
cenere di vento.
Il buon assaggio
Il frutto del buon assaggio
lentamente sfiòra.
Ecco denti del topo
intrappolare buoni destini.
Ecco posare due piccoli cuori
in rosicchiati lettucci
di neve.
Candidi squarci
scoprono i nervi,
ma esultano gli occhi
tra allegri tornanti
di carne.
Ogni casa
ha la sua luna sopra
e un deliro di passetti
dentro la culla.
La misura è breve;
il metro, un antico midollo
dentro il suo ossso.
L’amore è un silenzioso amante,
schiamazza
solo quando ci porta la morte.